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✨ “Da "Trovati un buon lavoro" a "Trovati la tua vita": Evoluzione (comica) di un mantra italiano” (Parte 1)✨

Se ci fermiamo un attimo a ripensare alla frase che i nostri nonni ci hanno ripetuto come una preghiera—“Trovati un buon lavoro!”—ci rendiamo conto di quanto sia cambiata nel tempo. E soprattutto… quanto sia cambiato quello che intendiamo quando la pronunciamo 😅.



👴🏻 Capitolo 1: Il “buon lavoro” dei nonni


Per i nostri nonni il concetto era chiarissimo:

👉 “Buon lavoro” = busta paga.

Fine.

Nessuna complicazione.


Lavoro buono era quello che “ti sistemava”, quello che ti garantiva sicurezza, pane, pensione e magari pure un mutuo decente. L’identità personale? La gratificazione? Il benessere emotivo? Quelli erano hobby per i ricchi!

Era l’epoca in cui dominava la teoria dello scambio: tu davi tempo, ricevevi denaro.

Punto e stop. 💸



👨‍👩‍🎓 Capitolo 2: Il “buon lavoro” dei nostri genitori


Poi sono arrivati i nostri genitori, cresciuti tra boom economico, illusioni di carriera e il mito del posto fisso.

Il mantra si è trasformato in:

👉 “Buon lavoro” = non faticare troppo.

L’importante era:

  • non sudare (troppo),

  • non stressarsi (troppo),

  • non fare tardi (troppo).


Nasce così il mito del lavoro “comodo”: turni regolari, ferie garantite, zero sbattimenti, massimo rendimento con minimo sforzo. Una sorta di “efficienza da campione mondiale di Tetris”: ogni cosa va al suo posto, anche quando non dovrebbe starci.



✨ Capitolo 3: Il “buon lavoro” di oggi (spoiler: è cambiato tutto)


Ed eccoci qui.

La generazione che lavora con un laptop, una tisana detox e una collezione di ansie formato XXL, perchè nel frattempo lavora sui propri problemi emotivi emersi fin dai tempi del primo vagito. Per noi “trovati un buon lavoro” significa tutt’altro:

👉 “Buon lavoro” = quel lavoro lì, quello che ti accende.

Un lavoro:

  • che ti fa perdere il senso del tempo ⏳

  • che ti fa sentire capace, vivo, appassionato

  • che ti gratifica anche senza applausi esterni

  • che ti permette di dire: “Sì, sto facendo davvero me stesso”


Quello che gli psicologi chiamano “flow” (grazie Mihály Csíkszentmihályi 🙏 e meno male che non ti devo chiamare per cognome 😅), quello stato beato in cui sei talmente immerso in quello che fai che le ore evaporano come spritz a Ferragosto.


E qui arriva la citazione che tutti amiamo:

“Trova un lavoro che ti piaccia e non lavorerai un solo giorno della tua vita.”

D’accordo, è attribuita a Confucio… ma a questo punto è talmente popolare che la potremmo attribuire anche a tua zia.



🚀 Il nuovo paradigma: non un lavoro, ma una versione di te


Oggi il “buon lavoro” non è più qualcosa che fai. È qualcosa che ti permette di essere.

Le teorie contemporanee sul lavoro (dal job crafting alla psicologia positiva, dalla motivazione intrinseca di Deci & Ryan alla self-efficacy di Bandura) ci dicono tutte la stessa cosa:

👉 se un lavoro non ti rispecchia, non funziona.

👉 se un lavoro non nutre la tua identità, ti svuota.


Siamo finalmente entrati nell’era in cui il vero lusso non è “guadagnare tanto”… ma sentirsi bene mentre si guadagna 🧘‍♀️💼✨.



😎 Conclusione: il tuo “buon lavoro” non assomiglia al loro — ed è un bene


I nostri nonni cercavano stabilità.

I nostri genitori cercavano comodità.

Noi cerchiamo senso.


E non è solo una moda: è un cambiamento culturale gigantesco, che rimette al centro la persona, non la prestazione.


Vuoi davvero un buon lavoro?

Allora cerca quello che ti fa volare il tempo, che ti fa accendere gli occhi e che, quando ne parli, ti si illumina metà faccia come quando ti innamori.


Perché il lavoro perfetto forse non esiste……ma quello perfetto per te, sì. 💫💜


Lo scopriamo insieme? Scrivimi!



 
 
 

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