🙆🏼“Non mi fa schifo”, è l'approccio migliore al proprio lavoro?
- Evelina Carretto
- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
Introduzione, cosa insegnano quando parliamo
Da qualche settimana ho iniziato a fare orientamento scolastico e questo mi sta regalando una possibilità preziosissima: tempo e spazio per pensare insieme ai ragazzi e alle ragazze del loro futuro.
Classi diverse, età diverse, domande simili. E risposte che, spesso, dicono molto più di quello che sembra.
Qualche giorno fa sono stata in una prima media.
Ho scritto una parola enorme alla lavagna: LAVORO.
Poi ho chiesto una cosa semplice (solo in apparenza):
👉 “Che cosa vuol dire per voi lavorare?”
Le risposte hanno iniziato a comparire una dopo l’altra e spaziavano da: pagare le bollette, guadagnare soldi, sopravvivere, comprare da mangiare, mantenere la famiglia; fino a orgoglio, aiutare gli altri, realizzare i propri sogni, fare qualcosa che piace.
Come si vede nell’immagine, il lavoro, nell'immaginario di questi fanciull*, passa dall’essere solo necessità all’essere anche possibilità.
E lì mi si è accesa una lampadina 💡.
Testi giovani, stanno assorbendo quello che noi adult* raccontiamo (e dimostriamo) ogni giorno.
Se per noi il lavoro è qualcosa che “non mi fa schifo”, se lo descriviamo solo come fatica, dovere, bollette da pagare e lunedì da sopportare, il messaggio che arriva è chiaro – anche se non lo diciamo esplicitamente:
👉 lavorare non è qualcosa che puoi scegliere
👉 lavorare non deve piacerti per forza
👉 lavorare serve, punto
E così i ragazzi e le ragazze iniziano a pensare che la felicità e il lavoro siano due strade diverse, che al massimo si incrociano per caso. Iniziano a credere che non si possa desiderare un lavoro che piaccia davvero, ma solo uno che “permetta di tirare avanti”.
Ecco perché parlare di “mi piace il mio lavoro” o “non mi fa schifo il mio lavoro” non è solo una questione personale.
È una questione educativa.
È una responsabilità enorme. 🎒✨
🤔 Mi piace… o meglio, non mi fa schifo
L’altro giorno ho sentito una persona parlare del proprio lavoro con questa frase memorabile:“Mi piace… o meglio, non mi fa schifo”.
Subito non ci ho dato molto peso, ma poi BOOM.
E niente.
Tristezza.
Sipario. 🎭
Perché in quella correzione c’è un mondo intero. C’è la fotografia perfetta di tantissime vite professionali: non entusiaste, non disperate, semplicemente… anestetizzate.
Ora, chiariamo subito una cosa: “non mi fa schifo” non è un insulto. È una condizione. Diffusissima. Socialmente accettata. Quasi rassicurante. Ma è anche una zona grigia in cui rischiamo di restare parcheggiati per anni, convinti che non si possa (o non si debba) chiedere di più.
Ma che differenza c’è davvero tra “mi piace il mio lavoro” e “non mi fa schifo”?
Spoiler: non è solo una questione di entusiasmo.
È una questione di identità, energia, possibilità e di responsabilità (come dicevamo prima).
🛋️ Il lavoro che “non fa schifo”: la comfort zone travestita da maturità
Il lavoro che “non fa schifo” è quello che:
paga le bollette 💸
non ti fa piangere tutte le mattine
non è così terribile da giustificare una fuga plateale
È il lavoro del “dai, c’è di peggio”, del “alla fine mi trovo bene”, del “non mi lamento”.
Ed è proprio qui il problema: non ti lamenti, ma nemmeno vivi davvero quello che fai.
Secondo Frederick Herzberg (il teorico della teoria dei due fattori 📚), questo tipo di lavoro soddisfa i fattori igienici: stipendio, sicurezza, condizioni decenti. Ma non tocca i fattori motivanti, quelli che generano coinvolgimento, senso, crescita.
Risultato? Zero schifo, zero passione.
È come dire:
👉 “Questa relazione non mi rende felice, ma non mi tradisce, quindi va bene così.”
Ok… ma è davvero questo il sogno?
⏳ “Mi piace il mio lavoro”: quando smetti di contare le ore
Dire “mi piace il mio lavoro” è un’altra storia.
Non significa amare ogni singolo lunedì mattina (non esageriamo 😅), ma sentire che:
quello che fai ha senso
c’è coerenza tra ciò che fai e chi sei
ti senti attivo, non solo occupato
La Self-Determination Theory (Deci & Ryan) ci dice che la motivazione autentica nasce quando tre bisogni sono soddisfatti:
Autonomia – posso scegliere, influenzare
Competenza – mi sento capace, cresco
Relazione – mi sento connesso agli altri
Il lavoro che ti piace nutre almeno uno di questi aspetti. Quello che “non fa schifo”… li tollera a malapena.
🔥Domande scomode (ma necessarie)
Se stai leggendo e pensi “ok, forse sono più nel ‘non mi fa schifo’ che nel ‘mi piace’”, fermati un attimo. E chiediti:
Cosa mi pesa davvero del mio lavoro?
Cosa invece funziona (anche poco)?
Quando mi sento più vivo mentre lavoro?
Sto restando per scelta o per paura? 😬
Se tutto restasse così per i prossimi 10 anni, come mi sentirei?
Niente panico.
Non è un interrogatorio, è un check-up dell’anima professionale 🩺 e se volessi qualcuna con cui parlarne, Scrivimi!
🔄 Dal “non mi fa schifo” al “mi piace”: servono per forza rivoluzioni?
No, non sempre.
A volte il passaggio avviene:
Ponendosi queste domande e rimanendo più consapevoli di ciò che si prova lavorando
cambiando ruolo, non lavoro
mettendo confini più chiari 🛑
recuperando spazi di autonomia
sviluppando competenze che ti fanno sentire più tu
Altre volte, però, la verità è più semplice e più scomoda:
👉 quel lavoro non potrà mai piacerti davvero.
E allora sì, può essere necessario pensare di cambiare lavoro, anche solo come possibilità mentale. Non per mollare tutto domani, ma per smettere di raccontarti che “va bene così” quando senti che non è vero.
Come direbbe l’Ikigai giapponese 🌸: non basta fare qualcosa che sai fare o che paga. Serve anche qualcosa che ti somigli.
🚪 Conclusione (spoiler: non è un invito alle dimissioni di massa) 😉
Questo non è un articolo contro la stabilità, né un inno al “segui la tua passione e l’universo provvederà” (calma).
È un invito più semplice e più radicale:
👉 non confondere l’assenza di schifo con la presenza di piacere!
Meriti un lavoro che, almeno ogni tanto, ti faccia dire:“Ok, non è perfetto… ma mi piace ciò che sto facendo.”
E se oggi sei ancora nel territorio del “non mi fa schifo”, va bene.
L’importante è accorgersene. Da lì in poi, qualcosa può iniziare a muoversi. 🚀
Se vuoi un supporto per affrontare questa riflessione (o per fare l'Ikigai), scrivimi!!




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