Lavorare per vivere o vivere lavorando (spoiler: nessuna delle due) 😈💼
- Evelina Carretto
- 28 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Dopo aver parlato della differenza sottile ma potentissima tra “mi piace il mio lavoro” e “non mi fa schifo”, facciamo un passo in più. Perché se è vero che molti di noi stanno nella zona grigia della sopportazione dignitosa, è anche vero che ci raccontiamo un sacco di storie per restarci immaginando anche che per tutt* sia così. La scorsa settimana una persona che partecipa ad un mio laboratorio (di PLAYBACK Theatre 😍), ha detto questa frase "Penso che a nessuno piaccia andare a lavorare". Mi ha messo molta tristezza sentire questa frase.
Ecco allora che mi sono venute in mente altre frasi, tipo:
“Il lavoro è lavoro, mica divertimento” 🙄
“Non si può avere tutto dalla vita”
“L’importante è portare a casa lo stipendio”
Frasi che suonano mature. Sagge. Responsabili. E che invece, spesso, sono il modo più elegante che abbiamo per spegnere il desiderio. 🔇
Il grande equivoco: o soffri o sei un illuso 🎭
Culturalmente ci muoviamo ancora dentro un’idea molto antica:
👉 il lavoro come sacrificio.
Se ti piace troppo, allora “non è un vero lavoro”.
Se non ti pesa, stai barando.
Max Weber parlava di etica protestante del lavoro: il valore morale sta nello sforzo, nella fatica, nella rinuncia. Tradotto nel linguaggio di oggi: se non sei stanco, non sei una brava persona. 😅
Il problema?
Questo schema funziona benissimo per la produttività, molto meno per la salute mentale. E per la felicità, lasciamo perdere.
“Almeno ho uno stipendio”: il ricatto silenzioso 💸
Molti adulti restano in lavori che non amano non per mancanza di sogni, ma per paura.
Paura di:
perdere sicurezza
deludere qualcuno
scoprire che magari non c’è “nient’altro”
La loss aversion (Kahneman & Tversky) ci spiega che temiamo le perdite molto più di quanto desideriamo i guadagni. Quindi restiamo dove siamo. Anche se non stiamo bene. Anche se ci stiamo spegnendo un pezzetto alla volta. 🫠
E intanto insegniamo ai ragazzi che scegliere è pericoloso e adattarsi è virtuoso.
E se il problema non fosse il lavoro, ma il modo in cui lo pensiamo? 🤯
Non tutti devono “seguire la passione”.
Non tutti devono cambiare lavoro.
Non tutti devono amare ogni minuto di quello che fanno.
Ma tutti possiamo iniziare a pensare il lavoro come uno spazio di possibilità, non solo come una condanna a tempo indeterminato.
Secondo Donald Super (teoria dello sviluppo di carriera), il lavoro è parte del concetto di sé.
Tradotto: lavoriamo anche per dire chi siamo. Se quello che fai non racconta niente di te… prima o poi il conto arriva. E quando arriva è sempre molto "salato".
Esercizio – La mappa del “non mi fa schifo” 🗺️
Prendi un foglio, dividilo in tre colonne:
1️⃣ Cosa mi pesa davvero del mio lavoro
2️⃣ Cosa invece funziona (anche poco)
3️⃣ Cosa mi piacerebbe di più, anche solo un 10%
Spesso il cambiamento non è tutto o niente. A volte è spostare l’ago di qualche grado. 🔧
Una domanda finale (di quelle che restano) 🔥
Se domani un* ragazz* ti fermasse e ti chiedesse:
👉 “Si può scegliere un lavoro che renda felici?”
Tu cosa risponderesti?
Perché il punto non è avere tutte le risposte.
Il punto è non smettere di farsi le domande giuste.
Se ti va, rispondi a questo sondaggio:




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