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Lavorare per vivere o vivere lavorando (spoiler: nessuna delle due) 😈💼

Dopo aver parlato della differenza sottile ma potentissima tra “mi piace il mio lavoro” e “non mi fa schifo”, facciamo un passo in più. Perché se è vero che molti di noi stanno nella zona grigia della sopportazione dignitosa, è anche vero che ci raccontiamo un sacco di storie per restarci immaginando anche che per tutt* sia così. La scorsa settimana una persona che partecipa ad un mio laboratorio (di PLAYBACK Theatre 😍​), ha detto questa frase "Penso che a nessuno piaccia andare a lavorare". Mi ha messo molta tristezza sentire questa frase.


Ecco allora che mi sono venute in mente altre frasi, tipo:

  • “Il lavoro è lavoro, mica divertimento” 🙄

  • “Non si può avere tutto dalla vita”

  • “L’importante è portare a casa lo stipendio”

Frasi che suonano mature. Sagge. Responsabili. E che invece, spesso, sono il modo più elegante che abbiamo per spegnere il desiderio. 🔇



Il grande equivoco: o soffri o sei un illuso 🎭


Culturalmente ci muoviamo ancora dentro un’idea molto antica:

👉 il lavoro come sacrificio.


Se ti piace troppo, allora “non è un vero lavoro”.

Se non ti pesa, stai barando.

Max Weber parlava di etica protestante del lavoro: il valore morale sta nello sforzo, nella fatica, nella rinuncia. Tradotto nel linguaggio di oggi: se non sei stanco, non sei una brava persona. 😅

Il problema?

Questo schema funziona benissimo per la produttività, molto meno per la salute mentale. E per la felicità, lasciamo perdere.



“Almeno ho uno stipendio”: il ricatto silenzioso 💸


Molti adulti restano in lavori che non amano non per mancanza di sogni, ma per paura.

Paura di:

  • perdere sicurezza

  • deludere qualcuno

  • scoprire che magari non c’è “nient’altro”


La loss aversion (Kahneman & Tversky) ci spiega che temiamo le perdite molto più di quanto desideriamo i guadagni. Quindi restiamo dove siamo. Anche se non stiamo bene. Anche se ci stiamo spegnendo un pezzetto alla volta. 🫠

E intanto insegniamo ai ragazzi che scegliere è pericoloso e adattarsi è virtuoso.



E se il problema non fosse il lavoro, ma il modo in cui lo pensiamo? 🤯


Non tutti devono “seguire la passione”.

Non tutti devono cambiare lavoro.

Non tutti devono amare ogni minuto di quello che fanno.


Ma tutti possiamo iniziare a pensare il lavoro come uno spazio di possibilità, non solo come una condanna a tempo indeterminato.

Secondo Donald Super (teoria dello sviluppo di carriera), il lavoro è parte del concetto di sé.

Tradotto: lavoriamo anche per dire chi siamo. Se quello che fai non racconta niente di te… prima o poi il conto arriva. E quando arriva è sempre molto "salato".



Esercizio – La mappa del “non mi fa schifo” 🗺️


Prendi un foglio, dividilo in tre colonne:

1️⃣ Cosa mi pesa davvero del mio lavoro

2️⃣ Cosa invece funziona (anche poco)

3️⃣ Cosa mi piacerebbe di più, anche solo un 10%


Spesso il cambiamento non è tutto o niente. A volte è spostare l’ago di qualche grado. 🔧


Una domanda finale (di quelle che restano) 🔥


Se domani un* ragazz* ti fermasse e ti chiedesse:

👉 “Si può scegliere un lavoro che renda felici?”

Tu cosa risponderesti?


Perché il punto non è avere tutte le risposte.

Il punto è non smettere di farsi le domande giuste.


Se ti va, rispondi a questo sondaggio:



 
 
 

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