top of page

✨ Seconda parte: “Nonna voleva il posto fisso, tu vuoi il posto giusto” ✨

Se nella prima parte abbiamo guardato all’evoluzione storica del celebre mantra “trovati un buon lavoro”, adesso entriamo nel vivo: come si fa, oggi, a trovarlo davvero questo benedetto “buon lavoro”?

Spoiler: non è (solo) aggiornare il curriculum. È molto più una questione di psiche, identità, coraggio… e un pizzico di sana follia 🤪.



🧭 1. Prima regola: parti da te (e non da LinkedIn)


Per decenni ci hanno insegnato a cercare lavoro in modo oggettivo: cerchi offerte, mandi CV, incroci le dita e ti presenti al colloquio con il tuo sorriso migliore.

Oggi sappiamo che funziona l’opposto:

👉 Prima capisci chi sei, poi capisci che lavoro vuoi.

Questo non lo dice una coach su Instagram (anche se molte lo ripetono). Lo dice la scienza.

Le teorie del job crafting (Wrzesniewski e Dutton (2001), infatti, affermano che siamo più efficaci, più resilienti e più felici quando lavoriamo in ruoli che rispettano i nostri valori, non solo le nostre competenze.


Tradotto: se odi Excel, non importa quanto sei bravo…quello non è il tuo habitat naturale 🐒📊



🔎 2. Seconda regola: accogli il caos creativo (non è disordine, è incubazione)


I percorsi professionali lineari ormai sono come le perle nere: affascinanti, preziose… e rarissime da trovare. ⚫

La verità?

I percorsi non sono più scale dritte ma labirinti intelligenti: si procede per tentativi, deviazioni, epifanie, incontri, fallimenti, colpi di fortuna, errori gloriosi e scelte geniali fatte alle due di notte.

Gli psicologi dell’orientamento la chiamano planned happenstance (John D. Krumboltz, Kathleen Mitchell e Al Levin) — ovvero:👉 “Preparati bene, così quando capita l’occasione, saprai gestire l'incertezza e potrai creare attivamente la tua "fortuna" professionale” 😅


Il caos non va evitato: va usato.



🚀 3. Terza regola: segui ciò che ti fa “accendere” (non ciò che ti sembra sicuro)


Attenzione: non significa inseguire solo le passioni e ignorare le bollette, eh.

Significa ascoltare ciò che ti attiva davvero, quello che ti fa entrare nel già citato flow.


Piccolo test:

  • C’è un’attività che potresti fare per ore senza accorgerti del tempo?

  • C’è qualcosa che fai bene senza faticare?

  • C’è un tema che ti incuriosisce in modo quasi imbarazzante?


Se la risposta è sì… lì dentro c’è qualcosa di prezioso.

I neuroscienziati parlano di dopamine-driven focus: quando ci piace quello che facciamo, il cervello lavora meglio. Non è poesia. È biologia.(Confucio sarebbe orgoglioso, ma pure gli esperti di neurochimica 😌🧠✨.)



🎭 4. Quarta regola: liberati dalla sindrome del “devo essere come vogliono”


Nella testa molti di noi hanno ancora i nonni che gridano:

👉 “Ma che è ‘sta storia del lavoro creativo?!”

👉 “Perché non fai un concorso statale?”

👉 “Perché non cerchi qualcosa di serio?”

Perché “serio”, nella vecchia definizione, significava “conforme alle aspettative”.

Ma oggi la serietà è un’altra cosa:

👉 essere coerenti con se stessi,

👉 onorare i propri talenti,

👉 perseguire un progetto che ci rappresenta.

Non siamo più nell’era del “devo adattarmi al lavoro”.

Siamo nell’era del “il lavoro si costruisce intorno a me”.

E questa, se ci pensi, è una rivoluzione culturale enorme. (Ed è pure molto liberatoria 😌✨.)



🌈 5. Quinta regola: ricordati che il lavoro non è la vita, ma ne fa parte


E qui arriva la parte più filosofica.

Non stiamo cercando il “lavoro perfetto”.

Stiamo cercando un lavoro che si integri con la vita, non che la divori.

I ricercatori della psicologia positiva parlano di “meaningful work” (Viktor Frankl, Michael Steger, Amy Wrzesniewski e Jane Dutton): la percezione soggettiva che il proprio lavoro abbia uno scopo di valore, sia importante e contribuisca a qualcosa di più grande di sé, generando un profondo senso di significato esistenziale e benessere.

Non si tratta solo di performance, ma di connessione — con sé stessi, con gli altri, con quello che vogliamo costruire nel mondo.

E sì, sembra scontato. Ma non lo è.

Perché lavorare troppo, o male, o nel posto sbagliato, è il modo più sicuro per perdersi per strada. Un lavoro che ti gratifica, invece, è come un buon compagno di viaggio: ti supporta, non ti ostacola, e non ti ruba il panino nello zaino 🍞🎒.



💡 Conclusione della seconda parte


“Trovati un buon lavoro”, oggi, significa qualcosa di rivoluzionario: trovati un lavoro che ti permetta di essere la versione migliore di te, non quella più conforme agli standard altrui.

È una ricerca personale, emotiva, identitaria.

Ed è bellissima, se la vivi con le domande giuste.


La facciamo insieme? 😊

Scrivimi!



 
 
 

Commenti


bottom of page